La pala d’altare del Sacro Cuore

Don Pasquale Bellanti

Giuseppe Catani è l’autore della pala d’altare. Nacque a Prato nel 1866. Studiò all’Accademia di Siena, discepolo di Alessandro Franchi e di Luigi Mussini. Trattò esclusivamente l’arte sacra. Nel 1898 partecipò al Concorso Nazionale di Torino per una Sacra Famiglia, si classificò primo e fu premiato con medaglia d’oro. Il medesimo dipinto esposto alla Mostra Mariana ordinata a San Giovanni in Laterano nel 1904 ebbe un’altra medaglia d’oro. Produsse moltissimo per chiese italiane e straniere. Nella Chiesa del Sacro Cuore in Lungotevere Prati a Roma, vi sono sue opere, eseguite per incarico di Benedetto XV, tra cui spicca quella del «Sacro Cuore di Gesù e Anime del Purgatorio».

La Chiesa del Sacro Cuore di Gesù del Suffragio in Prati è il contesto architettonico in cui è a tutt’oggi collocata la Pala del Catani. Essa chiude il fondo prospettico della navata centrale inserendosi nella linea dell’osservatore nella parte inferiore dell’abside. La cornice, preesistente, progettata dal Gualandi, la raccoglie in una scansione tripartita. In alto campeggiano una serie di vetrate istoriate con scene evangeliche.

Il dipinto ad olio su tela misura circa quattro metri di larghezza per cinque di altezza. Si compone su due registri: uno, in basso che è dedicato a descrivere la situazione delle anime sia nel purgatorio come nella dinamica ascendente, e l’altro, in alto che descrive la realtà celeste. Nella parte bassa, al centro ma spostato leggermente a destra un giovane sacerdote, di spalle, in abiti liturgici solenni e violacei è colto nell’atto di offrire il calice presentandolo in alto Il centro della parte superiore è interamente occupato dalla figura del Sacro Cuore di Gesù; ai due lati, in posizione genuflessa vi sono collocati la Santa Vergine, a destra, e san Giuseppe a sinistra.

Alle spalle di Cristo un nugolo di serafini formano un avviluppamento rarefatto che delinea una ideale croce. Ancora in un’ipotetica quinta di fondo, in profondità, uno schieramento di persone (anime già nella gloria, santi) disposte a modo di anfiteatro che, convergendo ai poli, formando con l’arco superiore della tela una mandorla. Questo disegno del pittore viene mortificato dalla cornice neo gotica che spezza con le due guglie discendenti la croce e cancella anche l’effetto della mandorla.


Tra le due aree dello spazio pittorico intervengono i tre arcangeli Michele Gabriele e Raffaele che si pongono come intermediatori tra i due piani; ognuno di essi ha quattro ali. Uno di essi, l’Arcangelo Raffaele, è alla destra del sacerdote e offre, nell’atto di innalzarli verso il Signore, un cesto colmo di frutti in diretta simultaneità con il gesto di offerta del calice da parte del celebrante.

L’ambiente che accoglie la scena in basso sembra essere un giardino con un manto di prato verde costellato di fiori, soprattutto viole del pensiero. Si indovina, tuttavia un’allusione cimiteriale nell’angolo destro in basso; un dettaglio laterale di un sarcofago marmoreo con il tetto a capanna. Sul sarcofago è posta la firma dell’autore e del figlio che ha collaborato alla compilazione della felice pagina pittorica.

Il Purgatorio si intravede nella colorazione rossastra e più cupa dell’area dietro le ali dell’Arcangelo Raffaele; un’incursione di buio dolente in un quadro dall’atmosfera rasserenante. L’Arcangelo Michele, in posizione discendente, sulla destra, offre (con la mano sinistra) la fiamma della purificazione alle anime sulla destra descritte da una luce più rossastra; nel chiarore del fuoco appaiono in atteggiamento dolente e con gli occhi bassi. Difatti l’Arcangelo deve apparire loro con una certa severità, con la mano destra tiene una spada sguainata che viene puntata verso di essi. Un’opera di giustizia deve essere compiuta.

Le anime al centro dell’opera pittorica, in basso a sinistra esprimono la loro gratitudine verso coloro che pregano per loro nella realtà terrena; il loro atteggiamento esprime la preghiera e la riconoscenza. Una di esse si piega a leggere e baciare un grosso libro poggiato sul manto erboso dove si può leggere l’incipit del De profundis.

Al centro del giardino vi è un alberello svettante, agile mostra la sua chioma a palla all’altezza del gomito sacerdotale; posato sulle zolle un turibolo neogotico fumante offre incenso in volute di che salgono verso l’alto. Diverse le allusioni: al peccato originale, alla croce, alla preghiera di suffragio.

L’Arcangelo Gabriele, alle spalle della Madre di Dio, volge il suo sguardo rasserenante, e il suo sorriso, verso le anime oramai purificate che si accingono a salire verso la gloria celeste; le otto fanciulle sono sempre più candide e luminose a mano a mano che incedono, ognuna di esse ha sull’abito la scritta di una delle otto beatitudini evangeliche e un fiore simbolico.

Una di esse è in procinto di ricevere la corona e un ramoscello di ulivo dalle mani dello stesso Arcangelo. Il suo sguardo corre estasiato per posarsi sul volto di Cristo che a sua volta la guarda con intensità volgendo il suo capo verso di lei. Dei raggi luminosi partono dal Cuore di Gesù e raggiungono la figura femminile che si trova in procinto di elevarsi. Nella fascia, stola, del suo abito, il Cristo ha inscritto le parole che le rivolge tratte dal Cantico dei Cantici: «Vieni mia Sposa…».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *